Non lo volevo quel bambino.
A volte lo penso come una bambina, perchè mi accoccolo ancora nell'immagine di quel sogno che feci anni fa: un bambinetta riccia riccia e scaruffata, con gli occhi profondi e scuri che mi prendeva per mano.
Allora l'ho interpretato come il momento giusto per fare un figlio. Ora penso che quella bambina ero io che cercavo di prendermi per mano e portarmi a fare un giro.
Non lo volevo proprio questo bambino.
Nonostante non riuscissi neppure a dire come mi chiamavo senza singhiozzare, nonostante il pianto di tutto quel giorno all'ospedale. Anzi, il mugolio sommesso: che a piangere avevo troppo pudore.
No, niente bambini mentre stavo pensando di lasciarlo, senza lavoro, senza una prospettiva, senza una casa dove andarmi a nascondere.
Ho chiuso tutto in un cassettino profondo, nascosto dalle carte con i miei progetti mai realizzati, i sogni stracciati, le aspettative (degli altri) deluse.
Lì tutto doveva restare. E invece ha iniziato a fare la palla, gonfiarsi e piano piano ecco che trabocca fuori, mi investe, mi brucia proprio lì da dove l'hanno portata via a cucchiaiate.
Io non la volevo la bambina che ora mi manca, nei suoi quattro mesi cicciottini, nelle notti sveglia, nelle coliche, nelle paure di sbagliare e di non capire.
La Schicchera
La schicchera è un colpo forte, una scossa, un qualcosa di improvviso che ti risveglia e ti mette in moto.
venerdì 6 febbraio 2015
martedì 9 dicembre 2014
Die Kunst der Fuge
Sorridi, cerca di essere carina
come sei carina
Non fare sempre il maschiaccio, comportati bene
che bella che sei con quella gonna, dai fammi la ruota
Ma insomma, questi capricci sono insopportabili: fai come ti dico io
dai, vieni qui: più vicino
Saluta, devi sempre salutare
dai un bacio a tato
Perché sì e basta
ti sembra un bacio questo? dai, dammelo per bene
Non mi interessa se hai sonno: ho detto che ora ti alzi
sei stanca? vieni sul letto con me
Smettila di fare l'esibizionista
come sei bella
È tutta colpa tua!
schh, non è niente,chiudi gli occhi
Avanti, devi dirmi qualcosa?
è il nostro piccolo segreto
come sei carina
Non fare sempre il maschiaccio, comportati bene
che bella che sei con quella gonna, dai fammi la ruota
Ma insomma, questi capricci sono insopportabili: fai come ti dico io
dai, vieni qui: più vicino
Saluta, devi sempre salutare
dai un bacio a tato
Perché sì e basta
ti sembra un bacio questo? dai, dammelo per bene
Non mi interessa se hai sonno: ho detto che ora ti alzi
sei stanca? vieni sul letto con me
Smettila di fare l'esibizionista
come sei bella
È tutta colpa tua!
schh, non è niente,chiudi gli occhi
Avanti, devi dirmi qualcosa?
è il nostro piccolo segreto
venerdì 7 novembre 2014
Perdite
C'è poco da fare: sono distratta. Nella vita ho perso molte cose: ho
perso almeno cinque orologi, alcuni di molto valore affettivo, alcuni di
discreto valore economico, finchè ho deciso di non portarne più; ho
perso infinite volte le chiavi della bici, dovendola scassinare e
giustificandomi con i passanti che mi guardavano male; una volta ho
perso mio figlio in casa, credevo di morire.
Oggi non ho perso zia, perchè quella vecchietta col naso adunco e la pelle liscissima a cui ho dato un bacio non era l'eterna ragazzina che mi ha lasciato tantissime cose.
Il tepore tintinnante della sua pesante catena con il Leopoldo d'argento, uno dei miei primi ricordi.
La "casalinghitudine".
Il tocco leggero delle sue mani lunghe, con le unghie curate e rotonde.
L'ironia trascinante delle sue imitazioni.
I tortelli.
La casa di via San Francesco con il cucinino microscopico in cui preparava la zuppa di pesce per dieci persone.
Il senso pratico stringente.
L'aver sempre protetto tutti dal dolore, tacendo anche i propri.
I Momix e il balletto moderno.
Lo spettacolo di ginnastica ritmica al palazzetto dello sport in via Ferrer:
La torta all'arancia del mio compleanno.
Le matrioske.
I rimedi da strega illuminista.
La capacità di riempire tutta la stanza con la sua presenza, con la sola voce.
Il tralcio di glicine fiorito sul comò.
I ritratti romani accanto al letto.
Quella foto al mare sorridente e luminosa abbracciata a Marco piccolino.
La vacanza ad Abbadia San Salvatore dove ho imparato a spazzare.
Il latte di soia.
Via Freno Hamman.
Le prime mestruazioni.
I lamponi di Prato della Contessa.
I giandujotti.
Arsenico e vecchi merletti.
Agatha Christie.
Hitchcock.
Quella risata di gola, con il labbro superiore sollevato e il naso un po' arricciato, con la testa appena reclinata all'indietro per far salire ancora più in alto la gioia.
Eppure, per quante centinaia di frammenti di questa risata siano rimasti dentro a tutti quelli che da lei hanno mangiato, imparato, creduto, ecco, messi tutti insieme non mi restituiranno mai più la gioia di sentirla.
Oggi non ho perso zia, perchè quella vecchietta col naso adunco e la pelle liscissima a cui ho dato un bacio non era l'eterna ragazzina che mi ha lasciato tantissime cose.
Il tepore tintinnante della sua pesante catena con il Leopoldo d'argento, uno dei miei primi ricordi.
La "casalinghitudine".
Il tocco leggero delle sue mani lunghe, con le unghie curate e rotonde.
L'ironia trascinante delle sue imitazioni.
I tortelli.
La casa di via San Francesco con il cucinino microscopico in cui preparava la zuppa di pesce per dieci persone.
Il senso pratico stringente.
L'aver sempre protetto tutti dal dolore, tacendo anche i propri.
I Momix e il balletto moderno.
Lo spettacolo di ginnastica ritmica al palazzetto dello sport in via Ferrer:
La torta all'arancia del mio compleanno.
Le matrioske.
I rimedi da strega illuminista.
La capacità di riempire tutta la stanza con la sua presenza, con la sola voce.
Il tralcio di glicine fiorito sul comò.
I ritratti romani accanto al letto.
Quella foto al mare sorridente e luminosa abbracciata a Marco piccolino.
La vacanza ad Abbadia San Salvatore dove ho imparato a spazzare.
Il latte di soia.
Via Freno Hamman.
Le prime mestruazioni.
I lamponi di Prato della Contessa.
I giandujotti.
Arsenico e vecchi merletti.
Agatha Christie.
Hitchcock.
Quella risata di gola, con il labbro superiore sollevato e il naso un po' arricciato, con la testa appena reclinata all'indietro per far salire ancora più in alto la gioia.
Eppure, per quante centinaia di frammenti di questa risata siano rimasti dentro a tutti quelli che da lei hanno mangiato, imparato, creduto, ecco, messi tutti insieme non mi restituiranno mai più la gioia di sentirla.
venerdì 17 ottobre 2014
Catene
Il DNA ha la forma di una doppia elica avvolta su se stessa, una catena di mattoncini in cui sta scritto chi siamo, da dove veniamo e cosa ci succederà. Più o meno.
Tralasciando le derive scientiste e tenendo quanto più possibile dritta la barra della razionalità illuminista in questo mondo tempestoso, la tentazione di affidarsi a questa definizione per pulirsi la coscienza è forte.
Ingrassi? È colpa della genetica. Sei tecnolesa? È il DNA. Sei una stronza? Genetica, certo.
Così è un comodo fare spallucce quando ti rendi conto che un tuo aspetto collide con l'idea di come dovresti essere, pensi di strigarla bene mentre invece ti aggrovigli nella doppia elica e inizia a girati la testa. Già, perchè non sei una monade (ahimè) ma hai una storia prima di te, hai delle radici affettive, hai un vissuto emotivo che ti incastrano quando nella tua pigrizia, nella tua carne molle, nella tua incapacità di relazione ritrovi l'eco di ciò che hai vissuto con fastidio.
C'è poco da scappare, c'è poco da dare la colpa al DNA quando vedi che con tutto il tuo odio adolescenziale tirato per le lunghe fino all'età adulta hai assimilato tanto profondamente gli aspetti che detestavi nei tuoi modelli adulti che eccoli, ce li hai dentro, sono te.
Tu sei loro.
Allora provo a capire, più a cercare di nuovo alibi e giustificazione, se forse non sia una nefasta influenza esterna, ovvero quelle che chiamano catene transgenerazionali.
Aver vissuto atteggiamenti e situazioni, per quanto detestati, te li fa rimanere appiccicati addosso finchè non diventano il tuo abito.
Il punto di non ritorno, quello che probabilmente nella concezione comune sancisce il passaggio all'età adulta, è la piena comprensione, l'accettazione e la giustificazione delle cose che nei tuoi genitori ti hanno più ferito facendoti pronunciare degli epici "Io non sarò/farò/dirò MAI così".
Poi una mattina ti svegli e ti interroghi se sia il DNA o la (mal)educazione affettiva che ti fa flirtare fino a tarda notte solo per sconvolgere un po' la quotidianità.
Tralasciando le derive scientiste e tenendo quanto più possibile dritta la barra della razionalità illuminista in questo mondo tempestoso, la tentazione di affidarsi a questa definizione per pulirsi la coscienza è forte.
Ingrassi? È colpa della genetica. Sei tecnolesa? È il DNA. Sei una stronza? Genetica, certo.
Così è un comodo fare spallucce quando ti rendi conto che un tuo aspetto collide con l'idea di come dovresti essere, pensi di strigarla bene mentre invece ti aggrovigli nella doppia elica e inizia a girati la testa. Già, perchè non sei una monade (ahimè) ma hai una storia prima di te, hai delle radici affettive, hai un vissuto emotivo che ti incastrano quando nella tua pigrizia, nella tua carne molle, nella tua incapacità di relazione ritrovi l'eco di ciò che hai vissuto con fastidio.
C'è poco da scappare, c'è poco da dare la colpa al DNA quando vedi che con tutto il tuo odio adolescenziale tirato per le lunghe fino all'età adulta hai assimilato tanto profondamente gli aspetti che detestavi nei tuoi modelli adulti che eccoli, ce li hai dentro, sono te.
Tu sei loro.
Allora provo a capire, più a cercare di nuovo alibi e giustificazione, se forse non sia una nefasta influenza esterna, ovvero quelle che chiamano catene transgenerazionali.
Aver vissuto atteggiamenti e situazioni, per quanto detestati, te li fa rimanere appiccicati addosso finchè non diventano il tuo abito.
Il punto di non ritorno, quello che probabilmente nella concezione comune sancisce il passaggio all'età adulta, è la piena comprensione, l'accettazione e la giustificazione delle cose che nei tuoi genitori ti hanno più ferito facendoti pronunciare degli epici "Io non sarò/farò/dirò MAI così".
Poi una mattina ti svegli e ti interroghi se sia il DNA o la (mal)educazione affettiva che ti fa flirtare fino a tarda notte solo per sconvolgere un po' la quotidianità.
domenica 5 settembre 2010
Questo post è molto triste
Come se gli altri, finora, avessero fatto sbellicare dalle risate....
Oggi ho estirpato i miei iris, uno ad uno, iniziando dalla ciottola di cemento sulla collinetta e finendo con quelli nascosti sotto il pino vicino alla fontanella.
Ogni colpo di vanga, ogni stolone scosso dalla terra è stato un colpo di vanga nel cuore, uno strappo nella memoria.
Oggi ho estirpato i miei iris, uno ad uno, iniziando dalla ciottola di cemento sulla collinetta e finendo con quelli nascosti sotto il pino vicino alla fontanella.
Ogni colpo di vanga, ogni stolone scosso dalla terra è stato un colpo di vanga nel cuore, uno strappo nella memoria.
martedì 31 agosto 2010
Chetoni nel capo
Sono tornata a casa da meno di cinque giorni e dopo un fine settimana di disintossicazione dal dolore e dalle esalazioni tossiche (per l'anima) dei miei, dopo due belle giornate in cui avevo ritrovato il baricentro e la consapevolezza che la mia famiglia sarà sempre con me, indipendentemente dalle radici fisiche e materiali che vengono recise violentemente, insomma ora che stavo ritrovando la pace eccola.
L'ansia.
L'ansia.
lunedì 23 agosto 2010
Vieni via con me
Paolo Conte stamani mi sussurrava piacione “via, via, vieni via con me/ niente più ti lega a questo posto/ neanche questi fiori azzurri” e io ho pensato che devo trovare casa ai miei iris.
È il mio fiore preferito, rustico che lo puoi trovare al bordo di un fosso di campagna qualsiasi, eppure così delicato nei colori e nelle forme sensuali.
L'unica aiuola che abbia mai curato è stata quella degli iris, un ovale spreciso in mezzo al prato di fronte casa, una posizione anche un po' infelice per cui avevo estirpato due gigli della mia mamma provocandone l'immediata trasformazione in una Erinni.
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